Tornare a Casa: Il Viaggio dal Condizionamento Primario al Ritorno all'Essenza
Ci sono sere che nascono sotto il segno di una semplice sorpresa e che finiscono per trasformarsi in tappe di svolta lungo la mappa della nostra evoluzione interiore.
Mesi fa, Stefano mi ha detto semplicemente: «Il 3 agosto non prendere impegni». Nessun dettaglio, nessuna indicazione sulla meta. Mi sono ritrovata così ai piedi del Castello San Martino della Vaneza a Cervarese Santa Croce, immersa nella quiete della natura sotto un cielo estivo, con le antiche mura illuminate a farci da cornice.
Quando la luce si è fatta soffusa, è salito in scena IOSNO (Alessio Balza, autore del percorso Vivere in Mindfulness). Per un suggestivo gioco di sinergie, tempo fa avevo regalato a Stefano il suo libro, e ieri sera Stefano ha ricambiato quel gesto regalandomi la sua voce dal vivo in una cornice fiabesca. Alessio è una persona rara: emana una calma e una dolcezza disarmanti. Ha il dono prezioso di accompagnarti per mano verso la parte più intima di te, con una voce che culla e non forza mai i tempi.
Ma è stata la meditazione guidata finale a schiudere la porta di un lavoro ben più ampio: un esercizio strutturato appositamente per riportarci indietro nel tempo, dritti tra le mura della nostra casa dell'infanzia.
1. L'incontro in taverna: dialogare con la bambina interiore
Nel momento in cui ho chiuso gli occhi, la visualizzazione mi ha condotta immediatamente nella taverna della casa dove sono cresciuta — la stessa casa che proprio in questi mesi sto preparando per salutare e vendere definitivamente. Era un pomeriggio d'estate di tanti anni fa.
Lì, da sola, c'ero io da bambina: i capelli a caschetto con la frangetta, i pantaloncini corti e in braccio la mia gatta Pippo, mia fedele compagna per 17 anni.
La Alessia bambina mi guardava con la testa leggermente piegata di lato — una postura d'osservazione che mi appartiene ancora oggi quando mi affaccio al mondo e mi chiedo sottovoce: «Mi posso fidare?».
Avvicinandomi a lei con passi leggeri, le ho parlato con una dolcezza e una pazienza nuove. Le ho detto parole di pura accoglienza: che andava bene esattamente così com'era, che non doveva più sforzarsi di dimostrare il suo valore o di rincorrere le aspettative altrui per meritare l'amore. L'ho accarezzata, l'ho abbracciata forte a me, le ho preso la manina e insieme siamo uscite verso la luce e il calore del giardino.
Quel pianto che è sgorgato dopo non era un pianto di sofferenza. Era una pioggia benefica, una pulizia dell'anima che ha iniziato a sciogliere nodi stratificati e dimenticati nel tempo, restituendomi finalmente il respiro.
2. Le radici prenatali, il rifiuto e la presenza del Padre
Studiando il Massaggio Metamorfico e la memoria prenatale, ho compreso quanto il periodo della gestazione e del concepimento lasci un'impronta indelebile nel nostro campo energetico. Il modo in cui veniamo accolti nel grembo materno disegna la prima traccia con cui ci affacciamo all'esistenza.
In una fredda giornata di febbraio del 1978 mia madre rimase incinta di me (io sarei poi nata il 7 ottobre di quello stesso anno). Aveva 37 anni, dieci anni dopo mia sorella Monica. La sua vita era stata segnata da un dolore immenso e precoce: a soli 30 anni, nell'arco di appena un mese e mezzo, aveva perso tragicamente sia la madre che il padre. Aveva visto crollare tutto il suo mondo in un soffio.
Quando arrivai io, quarta figlia a dieci anni di distanza dalla prima, la sua reazione non fu dettata da mancanza d'amore, ma dal terrore puro. Il suo corpo e la sua mente erano saturi. Non mi aveva cercata, non era pronta a riaprire quel canale e cercò in tutti i modi di capire se vi fosse una via d'uscita.
Ma nulla accade mai per caso. In quel febbraio del '78 l'aborto era ancora a tutti gli effetti illegale in Italia — la Legge 194 sarebbe arrivata solo pochi mesi più tardi, a maggio. Se la mia anima avesse scelto di incarnarsi anche solo tre o quattro mesi dopo, la storia avrebbe preso un corso diverso e io oggi non sarei qui. In quel varco temporale così stretto e rigido, fu mio padre a imporsi con forza, a insistere e a desiderare profondamente che io venissi al mondo.
Mio padre è sempre stato una figura discreta, una guida saggia dietro le quinte. Ha lasciato che fosse mia madre a esporsi e a guidare la quotidianità, ma l'ha sempre sostenuta con un amore solido e reale. Un legame bello e autentico il loro, che però non mi ha mai trasmesso la prigione del "dover stare insieme per forza" per convenzione. Mi hanno lasciata libera di scegliere nella mia vita, concedendomi anche la forza di affrontarla e separarmi quando è stato necessario, senza il peso di un modello rigido.
Eppure, per quanto la figura di mio padre sia stata determinante nel volermi qui, la primissima informazione che un corpo riceve passa inevitabilmente attraverso il grembo di una madre. È lì che l'impronta di quel primo terrore materno si è impressa profondamente dentro di me. Quel timore iniziale ha viaggiato attraverso il cordone ombelicale ed è diventato la radice sotterranea del mio sentirmi un'estranea e di quel costante chiedere al mondo: «Mi posso fidare? Posso davvero occupare questo spazio?».
3. Gli Archetipi, la lezione di Giorgia Sitta e la scelta dell'Anima
Questa storia si intreccia in modo profondo con gli insegnamenti di Giorgia Sitta sulla psicologia esoterica e sulle ferite primarie.
Giorgia ci invita a guardare l'esistenza da una prospettiva più profonda: siamo noi a scegliere i nostri genitori. Prima di incarnarci come pura anima, scegliamo esattamente quella madre e quel padre, con la loro specifica energia, con le loro paure e persino con le loro ferite irrisolte. Li scegliamo perché sono il terreno perfetto, lo specchio esatto di cui la nostra anima ha bisogno per compiere il proprio percorso di evoluzione e di risveglio interiore.
Quando siamo piccoli, per puro istinto di sopravvivenza e per fame d'amore, tendiamo ad adattarci all'energia dei genitori. Mia madre vedeva in me una bambina taciturna, solitaria, proiettata verso una dimensione intima e spirituale che lei non riusciva a decodificare. Per lei, che aveva conosciuto solo la durezza della materia, la fatica e il dovere, quella mia natura così sottile era fonte di grande preoccupazione. Temeva che la vita mi avrebbe spezzata.
Così, per puro istinto di protezione e per insegnarmi a sopravvivere alle difficoltà del mondo, ha cercato con tutte le sue forze di tenermi ancorata a terra, agganciata alla materia. E io, per assicurarmi il suo amore e la sua approvazione, mi sono adattata, chiudendomi in uno schema che non mi apparteneva.
Solo quando mia madre è venuta a mancare si è verificato il vero passaggio di sblocco. La sua partenza fisica ha fatto girare una chiave invisibile: è come se si fosse aperta una porta serrata da tempo, quella stessa porta che mi teneva prigioniera dentro un corpo che sentivo non mio, restituendomi il permesso taciuto di occupare il mio spazio e riavvicinarmi alla mia vera essenza.
E con la stessa profonda onestà con cui guardo a mia madre, riconosco che anch'io, da madre, ho compiuto gli stessi errori con i miei figli. Inconsciamente, spinta dalle mie paure e dal desiderio di proteggerli, ho finito per spostare e condizionare la loro energia verso la mia. Lo facciamo tutti. È l'automatismo della catena umana: finché non portiamo luce e consapevolezza, ripetiamo gli schemi che abbiamo assimilato.
Guardo oggi ai miei genitori con una grazia e una tenerezza immense. Hanno fatto esattamente ciò che potevano con gli strumenti che avevano, e io ho scelto proprio loro per diventare la donna che sono oggi.
4. Il ritorno al corpo e la trasformazione dello sguardo
Tutto questo percorso non rimane confinato nella mente o nella teoria esoterica: si incarna nel corpo.
Per anni ho vissuto il mio corpo come un involucro pesante, la casa di un'estranea, un peso da nascondere o da rendere invisibile per non disturbare. Oggi comprendo che questo corpo, con la sua terra, le sue forme e la sua storia, è il tempio sacro che finalmente mi concedo di riabitare pienamente.
Sciogliere le memorie prenatali, riappacificarsi con la bambina interiore e riconoscere la storia dei propri genitori non serve a cercare colpevoli, ma a restituirci la libertà.
E se provassimo anche solo per un istante a compiere questo esercizio così potente?
Se provassimo a chiudere gli occhi, scendere nella taverna del nostro passato, prendere per mano la nostra parte più vulnerabile e le dicessimo parole di profondo amore? Non concetti teorici usati per scappare dal dolore, ma parole che nascono dalla pancia e dal cuore.
Quando ci permettiamo di sentirle e farle risuonare davvero fino in fondo, accade una trasformazione silenziosa e radicale. Cambia il modo in cui percepiamo noi stessi, si dissolve il bisogno di difenderci dal mondo e, di riflesso, cambia completamente il nostro sguardo sugli altri: la necessità di giudicare lascia il posto a una pura, immensa comprensione.
🌿 Alessia